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Lo Stato non è un'azienda

"Lo Stato non è un'azienda"

Questa è una delle frasi più amate dagli studiosi e appassionati di sistema economico e monetario che si reputano contro il sistema.Tale affermazione, nella vulgata più diffusa sottende al significato: "Lo Stato non può fallire perché in grado di emettere tutta la moneta che vuole, se non ingabbiata nel cambio fisso".

Parimenti, in molti affermano che la moneta è convenzione e altri invece che la moneta non è mera convenzione, pertanto richiedono vi sia una riserva che assicuri la "stabilità" del sistema. Altri ancora che il "debito non è un problema" finché denominato in moneta "sovrana", perché stampabile ad libitum.

Un'accozzaglia di affermazioni contraddittorie

Delle due una: se lo Stato non è un'azienda la moneta non può essere merce e pertanto decade ogni riserva, altrimenti giocoforza rivive il sistema mercantilista con conseguente dualismo costi/ricavi da far quadrare.

Se si sostiene che il debito finché è in moneta "sovrana" non è un problema, allora si deve forzatamente abbracciare la tesi della moneta convenzione, ché solo così ha senso parlare di "stampa ab libitum" (ndr: espressione non corretta che utilizziamo licenziosamente). Se oggi esiste il cambio fisso e vi è una moneta più moneta delle altre (il dollaro) è evidente che essa nel sistema odierno è concepita come merce, ché solo così può dominare sulle altre valute attraverso la rarità.

Questo è il motivo per cui le esportazioni devono eguagliare o superare le importazioni, per indebitare il prossimo, per indurre anemia nel sistema, dunque dipendenza.

Ancora una volta se è merce sarà richiesta una riserva, pertanto sarà impossibile non indebitarsi nella moneta di riferimento. Quindi non è vero che il debito denominato in valuta "sovrana" non è un problema, a meno di non impoverire parti sempre maggiori del mondo.

La riserva che impone stabilità al sistema è imperniata ancora una volta sul concetto di moneta merce, che quindi ha uno specifico proprietario. Detto principio, come sopra enunciato, vuole che le importazioni e le esportazioni siano in sostanziale equilibrio. Ciò per evitare emorragie di riserva (oro o dollaro) e anzi incamerare valuta grazie alle esportazioni. Ma per mantenere tale equilibrio occorre essere orientati all'export, essere concorrenziali, tenere bassi i salari, oppure in alternativa deprimere le importazioni.

Un'economia del benessere, quindi ad uso del cittadino, non può evidentemente essere ancorata a una riserva o a un parametro fisso. A meno che non ci sia qualcuno che non è il cittadino ma la classe dominante, a beneficiare di tale stato di cose. Ed è evidente: se ho una riserva ho la scusa ufficiale per tenere bassi i salari, affinché la mia merce sia più concorrente sul mercato estero, consentendomi al contempo di deprimere le importazioni in quanto i cittadini spendono tutto o quasi in beni di sopravvivenza.

È ancora tragicamente ovvio che non si può esportare su Marte, non si possono deprimere i costi per sempre. Non si può procedere all'infinito in questa dialettica. Deve esserci una CAUSA di tutto, ed essa è il capitalismo, che riduce ogni cosa a merce, persino un'idea quale è la moneta, che è assodato non essere una materia prima, pertanto finita, ma tale diviene quando la si usa per dominare e quindi la si rende rara.

Affermazioni del tipo "il problema non è il debito pubblico ma quello privato" non fanno che rimbalzare in un rincorrersi infinito la causa che sfugge ai più. Il nodo è sempre e comunque IL DEBITO, cioè il concepire la moneta come merce, dunque bene finito. Solo così, come d'altronde la storia insegna, il debito da pubblico diventa privato nei periodi di deflazione, in quanto è in tal modo che esso viene scaricato sulle spalle dei cittadini. Ed è sempre così che esso da sovrano (notare che la Costituzione parla di popolo sovrano, non di moneta), diverrà estero, perché se è merce giocoforza tenderà a concentrarsi sempre più, portando con sé un panorama di oligopoli, di multinazionali ecc.

La soluzione data dal Prof. Giacinto Auriti è nella proprietà popolare della moneta, cioè nella convenzione, che necessita, come sottostante, solo dell'accordo tra i consociati, affinché la ricchezza prodotta dal paese vada a beneficio dei cittadini, non a detrimento di questo o quel Paese.

O si è contro il sistema o non lo si è.

 

28/01/2018

Sara Lapico
per la Scuola di studi Giuridici e Monetari " Giacinto Auriti"