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Della teoria merceologica che mai nessuno ha voluto discutere

 

La necessità di distinguere il diritto al reddito dal dovere etico
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Quella di impegnarsi per il bene, possiamo dire etico, morale e spirituale della comunità è la situazione giuridica passiva del soggetto di diritto, un dovere che ognuno deve sentire a livello individuale, soggettivo. Mentre il diritto ad avere un reddito materiale personale è la situazione giuridica attiva attraverso cui trovano tutela gli interessi umani del soggetto portatore dell'interesse tutelato.
 
Il primo comma dell'Art. 4 della Costituzione definisce il lavoro come un diritto. Il secondo comma, invece, lo definisce come un dovere e al di là della parvente incongruenza credo ciò si possa ricondurre al dover essere dell'etica kantiana, specialmente perché un'attività o funzione non è necessariamente un lavoro, non nel senso smithiano e marxiano del termine.
 
Si potrebbe ritenere teoreticamente inoffensivo, il primo comma, dove il lavoro è definito come un diritto. Ma c'è differenza tra salario e reddito. Il diritto al salario discende dalla concezione marxiana secondo cui il lavoratore ha diritto, pare proprio un eufemismo, di vendere l'unica merce di cui dispone scambiandola con il denaro, merce particolare contro merce universale, che nessuno sa chi produce e che la metropoli imperialista accumula attraverso il plusvalore estratto dal lavoratore al netto del suo salario di sussistenza.
 
Il diritto al reddito, che può essere sì da lavoro, riconducendolo però così alla vendita contro denaro della propria merce-lavoro, afferisce invece alla situazione giuridica attiva del soggetto giuridico portatore dell'interesse tutelato, che è patrimoniale e relativo a qualunque soggetto.
 
Il secondo comma definisce il dovere di svolgere un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Non vi è qui riferimento esplicito al lavoro e si individua l'accezione etica con cui ci si riferisce all'attività umana laddove nel primo comma era del tutto merceologica.
 
Non è affatto inoffensivo il primo comma, laddove lo si può intendere solo come diritto a vendere il proprio saper svolgere un'attività o funzione, che diventa lavoro-merce proprio in quanto vendibile, unica fonte legittima del diritto al reddito-moneta, cioè del diritto a disporre di una quota parte della produzione sociale. L'accezione dell'agire umano di cui al secondo comma è in antitesi con quella del primo comma, ma non perchè si riferisca ad un agire diverso, non arricchente o non producente, bensì perché socialmente ed eticamente qualificato, e soprattutto non vendibile. Dunque, non lavoro-merce. Si tratta, qui, di un agire, o un saper fare o saper dire o forse ancor di più di un saper pensare, dovuto e donato al contempo, senza obbligo di contropartita. E dunque, se il diritto al reddito non deriva da esso, deve per forza derivare da un'altra fonte, che noi individuiamo nella partecipazione alla comunione sociale.
 
Bene giuridico è una cosa caratterizzata dall'utilità, cioè idoneità a soddisfare una necessità dell'uomo ma non esclusivamente quando codesto bene è suscettibile di valore di scambio. Ovvero, l'utilità non è caratterizzata esclusivamente da ciò che esprime la teoria economica classica.
 
Questa, infatti, definisce come bene, come valore, unicamente un concetto merceologico. È questa la consistenza della discrepanza tra i due commi; le parole dovere e diritto manifestano un senso, il verso di percorrenza nell'ambito di una stessa direzione di moto. Quel che dobbiamo spiegare è il moto in sé e per poterlo fare è necessario identificare con precisione sia l'oggetto mosso che il soggetto che compie l'azione di muovere.
 
Un bene giuridico è giuridicamente tutelabile anche, se non soprattutto, quando non suscettibile di valutazione economica. Il principio che muove deve necessariamente provenire da altra fonte, diversa dalla concezione merceologica di tutto, perfino del bene spirituale della comunità.
 
- Tratto da una conversazione tra Ugo Genovesi e Giovanni Moretti